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Scopi dell’Istituto

Per quanto concerne gli scopi dell’Istituto che ha aperto e cura questo sito, partiamo dal fatto, già visto, che il verbo greco témno, significa tagliare e che, in questa sua accezione particolare, ha provocato la formazione del vocabolo latino tem-pus, tempo. Eppure esso  nasconde altre possibilità di analisi che rinviano alla contrapposizione del tempo profano a quello sacro, del tempo secolare a quello mitico dell’eterno.

Témno ha prodotto la parola témenos, recinto chiuso e consacrato, propriamente: cioè, il tempio greco, il luogo di dio. E lo stesso termine, ripreso dal vocabolario ellenico, ritroviamo nel latino templum, nell’italiano tempio, sempre col medesimo significato di fondo a cui rimanda l’etimologia. V’è, sottinteso, un fecondo rapporto dialettico di identificazione magica fra tempo e Tempio, di cui s’è perduta cognizione ma non sentimento. L’uomo in questa polarità di significati, entrambi validi e veri ad un diverso livello dell’esistere, compie una scelta di campo irreversibile per il suo stesso destino: vivere nel limite o, piuttosto, nella dimensione di eternità. La svolta drammatica in più tempi riproposta dall’antico invito delfico «Conosci te stesso», svela il senso profondo dei misteri e del messaggio mitico, di cui la filosofia non serberà che un parziale ricordo, un’oscura nostalgia come aspirazione alla sapienza. E chi è sapiente? Chiunque può esserlo, e in potenza lo è. E ancora Colli (nel saggio “La nascita della filosofia”) a ricordare che sapiente è chi getta luce nell’oscurità, chi scioglie i nodi, chi manifesta l’ignoto, chi precisa l’incerto. Per essere sapienti bisogna tornare al mito. Di miti c’è ancora – e, soprattutto oggi – grande bisogno. Ma la dimensione mitica mal si attaglia all’esasperato razionalismo, alle rigidità filologiche.

La filosofia corrente non ci viene in soccorso perché essa ha perduto il filo d’Arianna: il simbolo.

Persino un grande filologo, come il tedesco Ulrich Wilamovitz von Moellendorf, notissimo per il suo estremo scrupolo testuale, ebbe un cedimento mitico. E scrisse, narrando d’un suo viaggio in Arcadia, d’essersi imbattuto in un Sileno… E il suo racconto non fu privo d’una certa commozione. Il simbolo è un’esigenza profonda dello spirito, la via per superare il tempo e accedere al Tempio. Allora il nostro scopo è coniugare antropologia e tradizione medica con il mito, con la sua valenza simbolica, con il valore metaforico e conoscitivo che esso assume. Un paio di anni fa, su Rai Scuola, Jean Benoist, antropologo medico francese, sottolineava come lo sforzo per comprendere in che modo ci si cura nelle diverse società, talvolta ricorrendo anche ai sistemi degli altri, quindi il ‘pluralismo terapeutico’, consente ad etnologi ed antropologi, ma anche a medici e operatori del benessere,  di comprendere meglio in che misura la salute tocchi l’individuo, la sua vita, la sua morte e quella dei suoi cari.

Byron Good, dell’Harvard University che studia da anni le differenze tra la biomedicina e le medicine tradizionali, ci ha dimostrato che anche la biomedicina risulta essere un prodotto della cultura, dunque di quella scientifica occidentale all’interna della quale è nata.

Piero Coppo, etnopsichiatra definisce l’antropologia una sorta di “orecchio aperto alle specificità culturali”, una disciplina, cioè che ha modificato la base biologica della medicina, introducendo l’attenzione per la cultura. Antonio Guerci, biologo umano, ha sottolineato come ogni uomo che si ammala si collochi all’interno di una visione del mondo di cui bisogna tenere conto per interpretare la sua malattia, i suoi sintomi, il suo rapporto al corpo malato; mentre Byron Good ed altri studiosi  ritengano che nella nostra epoca dietro alla domanda di salute si nascondano richieste di salvezza.

Ora non mancano certo corsi, master, articoli, saggi e libri sugli aspetti antropologici delle Medicine Tradizionali e non intendiamo ripercorrere ciò che compone dati già noti.

Tuttavia, con un padre della visione integrata in campo antropologico e medico, il prof. Tulluio Seppilli, ci sentiamo mossi dalla convinzione che il campo su cui le interpretazioni medico-antropologiche si esercitano resta strutturato dalle coppie concettuali tradizione-modernità, magia-scienza e simili e la consapevolezza dell’opposizione tra la moderna biomedicina e tutto ciò che essa si lascia alle spalle è ancora il fondamento epistemologico della disciplina. Rispetto a questo quadro, pertanto, le Medicine non Convenzionali, che spesso nascono dalle tradizionali ma come lettura moderna delle stesse, vengono a rappresentare  un oggetto ibrido e non definibile e pur essendo un fenomeno decisamente moderno, riprendono e inglobano aspetti caratteristici delle medicine tradizionali e non scientifiche – incluso dimensioni esplicitamente magiche e “significative”.

Quello che invece interessa questo Istituto, è esplorare quale razionalità o sapere le fondi, partendo dall’assunto antropologico, che dietro certe pratiche e concezioni del corpo, della malattia e della salute debba esservi un sistema cognitivo compatto e coerente sembra qui non potersi applicare.

La nostra ricerca parte non dalla psiche o dallo spirito, ma dal corpo e dalla corporeità, ma nel senso che nasce dalla  tradizione antropologica più autentica, secondo cui il corpo non rappresenta una sfera puramente individuale in contrapposizione a quella pubblica, ma  è anzi il terreno d’incontro privilegiato fra individualità e società.

Com’è noto, questo punto sta al centro della riflessione di Mary Douglas, che è qui importante ricordare proprio perché ha esplicitamente collocato i temi della culture alternative e nel quadro di una teoria sociale del corpo e della percezione del rischio. Il rapporto tra sistemi simbolici e struttura sociale è impostato da Douglas in modo assai più complesso rispetto a Bauman: dove quest’ultimo ricorre a nozioni vaghe e ambigue come ansia e insicurezza, la prima fa riferimento a sistemi cognitivi e di classificazione categoriale che sono legati, sia pure in modo non deterministico, a caratteristiche dei sistemi sociali definite dai valori differenziali del “gruppo” e della “griglia”. Queste due nozioni fanno riferimento rispettivamente alla forza del controllo dei gruppi sugli individui (al gruppo debole corrisponde un alto livello di individualismo) e al grado di compattezza e obbligatorietà dei sistemi di classificazione (alla griglia debole corrisponde un’ampia gamma di variabilità di rappresentazioni, “mitologie”,  norme e valori).  Ora, per Douglas “il controllo del corpo è un’espressione del controllo sociale”: c‘è un corpo fisico che “contrae o espande le sue esigenze” in modo proporzionale alle esigenze del corpo sociale, vale a dire con il tendersi o il rilassarsi delle pressioni sociali (Dunque, la gamma di significati che può assumere l’uso del corpo – il modo di presentarlo esteticamente, la percezione della sua purezza e impurità, del rischio e della sicurezza e così via – è legata all’esperienza sociale e non solo individuale, con valenze, pertanto, oltre conoscitive anche sociologiche.  La sociologia ha descritto largamente questi fenomeni sotto etichette come cultura dell’edonismo o del narcisismo, sottolineando la loro connessione con la sfera del consumo e con fenomeni quali il fitness, lo sport e varie forme di estetiche del corpo (per una connessione forte tra fitness e MNC si veda Glassner 1990, Goldstein 2003).

La centralità del corpo assume aspetti forse contrapposti ma correlati.

Da un lato, c’è l’idea di un corpo da costruire  per conformarsi ai modelli commerciali di bellezza, attrattiva e realizzazione, attraverso mezzi “artificiali” quali la cosmesi, il body-building, trattamenti estetici come depilazione, abbronzatura etc., varie forme e livelli di chirurgia plastica.

Dall’altro, c’è invece il perseguimento dell’ideale di un corpo “naturale”, che occorre sottrarre ai condizionamenti delle tecnologia e agli squilibri della vita urbana. Si tratta di due orizzonti di  rappresentazioni e strategie molto diversi. Il primo rimanda a scenari di aggressivo consumismo, a idee di successo personale nel quadro di una piena accettazione dei valori del consumismo; il secondo è apparentemente antimodernista, rinvia a una cultura ecologista e alternativa che rifugge il consumismo  e sottolinea i valori della purezza, dell’autenticità, della spiritualità.  Apparentemente opposti, questi due atteggiamenti possono però apparire come facce di una stessa medaglia secondo una certa visione sociologica della contemporaneità. Fra i più autorevoli studiosi che hanno sottolineato questo punto si deve citare Zygmunt Bauman, che nel successo del fitness e nelle diffuse preoccupazioni per l’immagine corporea vede una conseguenza della crisi della sfera pubblica e della privatizzazione radicale dell’esistenza in quella che chiama modernità liquida. In una società in cui i legami, le istituzioni e le identità si fanno sempre più deboli e fluide, le attenzioni e le preoccupazioni per il corpo occupano una sfera dell’esistenza quotidiana e della consapevolezza molto più ampia che in passato. Sono attenzioni, per Bauman, di tipo ossessivo, dominate dal senso di ansia e di insicurezza per una quantità di pericoli, noti o sconosciuti. Nel tentativo disperato di negare la mortalità, ci concentriamo sulla difesa dalle minacce esterne (le impurità che possono entrare nel corpo contaminandolo, dai cattivi alimenti all’aria inquinata), oppure sul tentativo di evitare attraverso pratiche sempre più scientifiche l’invecchiamento e il deterioramento del corpo, mantenendolo almeno esteriormente prossimo ai modelli pubblicitari. Il tratto comune delle due strategie è la “sostituzione del valore della salute con il valore del fitness. Dal corpo individuale al sociale, dal materiale allo psichico e comportamentale. Con Giancarlo Elia Valori,  Honorable des Academie des Sciences de l’Institut de France, vogliamo ricordare che in tutte le tradizioni scientifiche e culturali, essendo peraltro la “scienza” una forma particolare e ristretta dell’universo culturale e sapienziale di ogni civiltà, la medicina “alta” e le tradizioni terapeutiche popolari si uniscono, in molti punti, tra di loro. Questo vale, ad esempio, pe non distanziarci troppo da noi, per la medicina dell’Antica Roma, dove, paradossalmente, le tradizioni popolari escludevano quegli aspetti mistici e iniziatici che le stesse pratiche avevano per le classi “alte”, al contrario di quanto avverrà dopo la caduta della’impero Romano e  vale per la Cina, dove la medicina tradizionale sopravvive, sostenuta dal Regime attuale del PCC, senza contare la feroce “modernizzazione” che le Guardie Rosse imposero, uccidendo gli antichi Maestri e gli esperti di arti iniziatiche e marziali e vale, infine,  per l’India, dove la medicina ayurvedica rimane presente sul mercato interno e su quello delle “medicine alternative” per il mercato-mondo.

La morte di Lorenzo il Magnifico avviene poco dopo che il grande Medici assumesse una pozione di perle finemente tritate, con la battuta “se la medicina più amara è quella che salva, sarò sano”. La logica esoterica dei medici fiorentini era, per quei tempi, “scientifica”: se è vero che, in alcuni casi, il simile si cura con il simile, ed era una formula della Scuola di Salerno allora i calcoli salini del Magnifico sarebbero stati disciolti insieme al residuo marino e salino composto, appunto, dalle perle. Un criterio che, oggi, permette la sperimentazione di molti farmaci efficacissimi che noi rubrichiamo come “scientifici”. La Scienza infatti dipende non tanto dalla metodologia, che rimane quella della vecchia Logica (deduzione, induzione, abduzione) ma dalla quantità e dalla struttura delle informazioni che abbiamo raccolto su un determinato soggetto fino a quel momento. Nella Scienza, per dirla con una vecchia formula della Querelle entre Anciens et modernes, “siamo nani sulle spalle di giganti”.

Ecco quindi come impostare correttamente, secondo noi, il nesso attuale tra medicine “tradizionali” e le pratiche biochimiche e farmacologiche più attuali. Le terapie contro il morbo di Parkinson, nell’ayurveda indiano, sono elaborate intorno ad un composto naturale che contiene, sia pure in dosi minori, la stessa sostanza che la medicina scientifica contemporanea utilizza per alleviare la sofferenza del malato parkinsoniano. E perfino la scoperta della tradizione indù e quella della medicina contemporanea sono state, con ogni probabilità, elaborate con lo stesso criterio di empirismo “darwiniano” del prova ed errore che caratterizza il fallibilismo scientifico occidentale.

Da questo punto di vista, la policy della World Health Organization è certamente sensata e accettabile: la Medicina Tradizionale deve essere “integrata” nei sistemi sanitari nazionali, deve essere accessibile per i poveri, e si devono studiare tecniche di distribuzione e terapia di massa che siano compatibili con le prassi tradizionali e, insieme, coprano il maggior numero di richiedenti. Nel 2012, secondo il rapporto del WHO citato in nota, la correlazione tra Medicina Tradizionale, nel numero delle terapie distribuite, rispetto a quelle della “tradizione occidentale” erboristica, di 69 rispetto a 119, ovvero le terapie dolci più diffuse sono state meno del doppio rispetto a quelle fornite dai ben più complessi protocolli delle varie Medicine Tradizionali. Tra gli Stati membri della WHO, ad oggi 110, quelli che accettano pratiche di agopuntura è di ben 103, per quelli che ne riconoscono semplicemente la liceità, 29 sono gli Stati WHO che la regolamentano specificamente, e ben 18, un numero che non è trascurabile, accettano la tradizionale terapia cinese con gli “aghi celestiali”, per dirla con Needham, predisponendone la tutela entro i propri sistemi di assicurazione sanitaria pubblici o privati. Sempre nell’ambito della membership WHO, il 56% non dispone di corsi universitari per le medicine tradizionali, il 39% invece si, mentre il 18%, corrispondente ai paesi membri del WHO meno organizzati, non ha risposto alla domanda. Oltre 100 milioni di europei utilizzano stabilmente terapie tradizionali, e altri 100 milioni di abitanti del Vecchio Continente utilizza terapie occidentali nelle quali viene inserita una o più pratiche di tipo tradizionale. In USA, come, non del tutto stranamente in Africa e in Asia, la Medicina Tradizionale ha una quantità di aficionados superiore, in media, del 43% a quella del pubblico europeo. Una questione di “crisi della ragione”? Forse. Ma è essenziale, per la diffusione delle medicine tradizionali oggi nell’Occidente delle “qualità primarie” e “secondarie” di galileiana tradizione e del rifiuto sistematico dei “dati di senso” come non-scientifici, capire che le Medicine Tradizionali sono, per loro stessa natura, centrate sul soggetto, che fa entrare nella terapia anche le sue ansie,le frustrazioni, alcune particolarità caratteriali e psicologiche, senza la fredda relazione con il farmaco come tale e senza la freddissima comunicazione con il “medico di base” o lo specialista.

Il medico degli uomini si chiama “specialista”, non andrologo, commentava ironico Karl Kraus nella Vienna che vedeva sorgere la psicanalisi freudiana, che peraltro Kraus sbeffeggiava con raffinatissima cultura.

Su questi concetti, come Istituto, intendiamo raccoglie adesioni, commenti, contributi, che ci portino ad una visione  “senza tempo” e senza limiti preconcetti sull’uomo ed i suoi problemi esistenziali e di salute. Se, come suggerisce il grande fisico Fritjof Capra ne “La rete della vita”, partendo dalle tradizioni culturali e mediche, ricomponiamo una  prospettiva rivoluzionaria sugli ecosistemi naturali e sugli esseri viventi, riusciremo a riportare alla luce l’incredibile rapporto di interdipendenza tra il singolo individuo e il sistema di relazioni in cui è immerso, con una somma di relazioni che legano gli universi della psiche, della biologia e della cultura, per vincere le sfide che non solo nuocciono all’uomo, ma al pianete che abita e da cui discendono lo sfruttamento selvaggio delle risorse come anche le nevrosi ormai strutturale del nostro vivere.

Coniugando in un “non tempo”, antico e moderno, medicina ed antropologia, ci indirizzeremo, con quanti intenzionati a farci compagnia, a studiare e comprendere i meccanismi della trama di relazioni che la circonda, per renderci infine conto che la nostra sopravvivenza dipenderà dal nostro grado di competenza ecologica, dalla nostra capacità di comprendere i principi dell’ecologia e di vivere in conformità con essi. E per chi volesse intravedere un troppo evidente “ri-orientamento” o una versione new age di un generico ecologico del perio “hippy”, ricordiamo che c’è una figura nella nostra storia,  che, prima di Galileo, di Bacone e di Newton, ha saputo tracciare un preciso e rivoluzionario quadro della scienza moderna attraverso un rigoroso approccio empirico allo studio della natura: Leonardo da Vinci.

 Uomo, scienziato, artista, studioso, Leonardo ci ha lasciato un’opera insuperabile, che si dice comprenda più di 100.000 disegni e oltre 6000 pagine di appunti, dimostrando un amore e un interesse sconfinato per la natura nelle sue molteplici forme. E attraverso questo giovando al quel miracolo naturale che è l’uomo, che dalla natura e dai suoi meccanismo senza tempo scaturisce.

Vogliamo insomma dimostrare, con i mezzi che ci saranno messi a disposizione e le risorse umane ed intellettuali che riusciremo a coinvolgere, che il successo dell’essere umano nel suo processo evolutivo, sta nella sua capacità di cooperare e vivere in comunione con altri esseri viventi ed altre risorse avanzando nel processo evolutivo spinto da curiosità e osservazione ma forte di ciò che la tradizione e le generazioni precedenti hanno sviluppato, osservato ed analizzato.  E’ tempo, quindi, che questa strategia venga estesa all’intero consenso umano su base mondiale per  garantire un successo della comunità intera ed un processo di sviluppo mondiale: qualora anche la selezione naturale obbligasse la vita alla lotta per la supremazia del più forte, l’umanità dovrebbe iniziare a superare questa ineluttabilità, secondo principi antropologici, oltre che etici e morali, che appartengono a tutte le tradizioni.
Se arriveremo a ciò staremo già ragionando.

Carlo Di Stanislao