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Medicina senza tempo

 

Luomo è colpevole di tutto il bene che non ha fatto
Voltaire

L’uomo è nato per vivere, non per prepararsi a vivere

Boris Pasternak

Abbiamo bisogno urgente di una scienza che ci riconnetta alla Terra vivente
Fritjof Capra

 

 

Sul numero del 23 marzo 2006 di New Scientist, un lungo articolo ha riferito degli studi di Dan Everett, antropologo della University of Manchester, che aveva da poco pubblicato  il resoconto di un suo lavoro sul campo, durato sette anni, sulla rivista Current Anthropology,  al riguardo del popolo Piraha, abitante della Amazzonia,  già noto agli antropologi, ma fino ad allora non al centro di attenzioni.

Ciò che Everett ha messo in evidenza è che si tratti dell’unico popolo della terra che si sente non vincolato al tempo , piuttosto ritenendo che il potere è adesso e nella loro lingua , priva di numeri e colori, costituita da sette consonanti e tre vocali, in cui non esistono le parole corrispondenti a: prima, dopo, giorni, mesi o anni e priva di ogni numerazione, sì che se si prova ad insegnare loro a contare nessuno riesce a farlo.

L’articolo destò una grande impressione perché per la prima volta si scopriva una civiltà umana non interessata al tempo, allo scorrere, allo svanire e, pertanto (in una vita fissata istante per istante) non legata al passato e non ansiosa del futuro, serenamente felice di vivere nel presente. Ciò che gli antropologi ci portavano in evidenza è che mentre tutte le popolazioni della Terra hanno nel loro linguaggio le corrispondenti indicazioni temporali, quantitative e, soprattutto, una cosmogonia di riferimento, i Piraha al contrario non hanno nulla di tutto ciò.

 Questo non vuol dire che non abbiano una religione, quanto piuttosto che questa sia calibrata sul loro mondo, che gira tutto intorno alle personali e immediate esperienze, sicché la loro filosofia di vita, che determina la loro religione e anche il loro approccio molto pratico ed empirico alla realtà,  si potrebbe riassumere ( spiegava Everett) nel motto ‘qui e ora’, perché tutto il resto non conta.

Secondo questo modo di vedere, che su l’agognato e scomparso “hic et nunc” dei romani ed insieme il vivere l’istante dei taoisti, la vita è attraversata e condizionata da una serie di spiriti maligni che vivono in dimensioni parallele (sembra quasi la teoria delle streghe) e di volta in volta interferiscono con le azioni quotidiane, insinuando in ciascuno il dubbio del tempo. Così resta il tempo , il suo apparire, a nuocere a l’uomo  e come ci insegnano tutte le nostre filosofie, d’Oriente e d’Occidente, il fatto che il tempo richiami, per immediata associazione, il concetto di durata e, con essa, quello della ineluttabilità della morte,  attraverso nascita, crescita e declino,  si legano intimamente all’antichissima concezione del ciclo, su cui si basarono le religioni mediterranee pre-indoeuropee, ma anche quelle più strettamente asiatiche e genera, in noi, una stato di disagio che non ci fa vivere nella pienezza del suo apparire ogni singolo istante.

In Occidente, risultato della cultura ellenica, il tempo è il  nemico dell’uomo,  in quanto lo limita, lo frena nel suo irresistibile impulso di autotrascendimento.

In altre culture, invece, ritroviamo, accanto al tempo-limite, anche il tempo-senza tempo, l’eternità come proiezione e realistico traguardo della durata-provvisoria. La geometria ci ha insegnato che il segmento è una porzione finita della retta infinita; in filosofia riscontriamo l’analogo rapporto tempo-eternità ed eternità etimologicamente si ricollega al tempo, all’evo, al grande ciclo affermato dalla filosofia induista (il para-brahman, il kali-yuga). Perché, sin dal sorgere della speculazione mitica, prima, e ragionale, poi, gli uomini sono stati portati istintivamente a vedere nel tempo il suo superamento, probabilmente perché  è innata nell’uomo un’esigenza di totalità, che gli fa cogliere intuitivamente l’infinito, pur essendo questo posto al di là della possibilità del nostro pensiero e, quindi, rappresentabile solo attraverso il simbolo. Il simbolo ci dà la chiave di volta, di decifrazione della realtà metastorica, dell’al-di-là delle cose.

L’origine della parola ci rinvia ai concetti di allusione, di contrassegno e di riferimento sottinteso; e non è un caso che nel mondo della sapienza greca, magistralmente scandagliato da Giorgio Colli, riscontriamo agli albori della speculazione l’enigma, il nascosto. “La natura ama nascondersi”, affermava Eraclito. “Agli dèi non piace ciò che è manifesto, essi amano l’enigma”, affermano ancora le Upanishad indiane. “io non so il suo nome, per questo lo chiamo Tao”, apre il suo discorso il Tao Te King. La soluzione del limite nell’illimitato trovò il suo primo ambito di pertinenza nelle società misteriche. E non c’è dunque da stupirsi se già con l’orfìsmo chronos il limite fu identificato (associazione magica fondata sull’omofonìa) con Kronos, l’antico dio dei monti della religiosità pregreca. Qui Ker, la radice di Kronos, allude al fare, all’eseguire e fu facile per le speculazioni mistiche dell’antica Grecia sovrapporre alla figura mitologica di Kronos un’attività demiurgica di creatore della realtà, che si attribuì, quindi, al tempo, alla dimensione dionisiaca che troverà ancora un’eco nell’interpretazione di Nietzsche. L’innocenza creativa si svolge nella dimensione del limite per superarsi e trascendere nel senza-limiti, nell’Eternità agognata da tutti gli iniziati d’ogni tempo, dagli Orfici ai teosofi del mondo contemporaneo.

Di tutto questo si è tenuto conto nella scelta del nome del sito:medicinasenzatempo”, che non vuole ignorare le conquiste dei passati antichi e più recenti, né proiettarsi nel futuro, ma che vuole rispondere al’uomo del presente e alle sue esigenze in termini di benessere e salute e soprattutto fondere ciò che è stato al ciò che sarà perché solo attraverso questa alchemica fusione si può compiere quello che è l’immortale ciclo delle cose, una mutevole, morbida, eterna trasformazione.

Carlo Di Stanislao

 

 

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