Presentazione

“Penso quello che posso, come posso, a voce alta”

Louis-Fernand Céline

Sicuramente una memoria dimenticata comporta la condanna a non capire e presi come siamo a correre verso il futuro, rischiamo di dimenticare molte cose e di confodere il presente, rendendone dfficile, se non impossibile,  la decifrazione.

Da questa considerazione nasce la nostra collana, riedizione anastatica ed accurata di grandi testi del passato, sulla medicina e sull’uomo, scelti e selezionati evitando di scivolare nella retorica e nella ritualità dei ricordi e di rianimare e riciclare anche i catafalchi, incombente pericolo per i ricercatori “testimoni”, per offrire  a futura memoria e fruizione, una massa considerevole di notizie e di incroci di fatti che ancora oggi possono aiutarci a capire e riguardarci direttamente.

Una collana non nastalgica quindi, ma un modo per recuperare preziosità dimenticate nei meandri del tempo, negli angiporti della smemoratezza, con lampi di intuizione sull’uomo, la sua fisiologia e patologia, che possono tornare utili per una medicina umanizzata e non più solo tecnica.

La diagnosi da anni è meno affidata alle percezioni sensoriali del clinico che alle tecniche d’immagine frutto dell’ingegneria e dell’informatica ed  oggi con il laboratorio molecolare possiamo andare oltre, individuando tra malati con la stessa malattia quelli che in base alle loro caratteristiche molecolari risponderanno a specifiche terapie.

Un grandissimo scienziato come Einstein riconosceva che “la nostra scienza, raffrontata alla realtà, è primitiva e infantile”, ma aggiungeva che essa è “la cosa più preziosa che abbiamo” a parto di non perdere di vista l’umanità ed il suo passato.

Certo, anche — forse soprattutto — la medicina ha bisogno di rigore metodologico, senso critico; ha bisogno di sottoporre ogni risultato al criterio di falsificabilità, rifiutando il “pensiero debole” e il relativismo del «politically correct”, ma è  l’approccio clinico del medico rimane che rimane fondamentale.

Recuperarlo attraverso scritti antichi, pensati per questo, che jhanno attraversato i secoli e giungono attualissimi fino a noi è il nostro scopo.

La scienza ormai  inquadra il corpo umano come un immenso network di molecole biologiche (Dna, Rna, proteine, ormoni e così via) in continua interazione reciproca, che nell’individuo sano portano a una naturale autoregolazione che fa funzionare l’organismo, mentre all’insorgere di una malattia la concentrazione di molteplici metaboliti è distorta e molti nodi della rete evolvono verso valori anomali.

Le nuove, avanzate tecniche di analisi molecolare — simili a quelle che permettono di determinare il genoma di ogni singolo individuo — presto consentiranno di discernere ogni anomalia nel funzionamento dell’organismo; scoprire quali nodi, nelle interconnessioni del network di molecole, sono perturbati, fornirà una sorta di impronta digitale della malattia e della sua localizzazione nell’organismo.

 L’inserimento della molecola-farmaco come nuovo nodo nel network permetterà di osservare con precisione e in tempo reale l’effetto del farmaco; tutto ciò avrà implicazioni ancora incalcolabili sulla concezione della medicina e della salute pubblica. Implicherà pure una riduzione dei costi della sanità, perché la rigenerazione dei tessuti e la remissione della malattia sostituiranno le cronicizzazioni.

Ma in questo modo si prderà il senso di arte guaritoria e di medicina come di artigianato empatico, che pure è il lascito principlasle del passato che ci adoperiamo a recuperare e dal quale esce evidente che tutto ciò che esce dall’uomo al servizio dell’uomo è  frutto di intelligenza non solo tecnica e non solo di competenza, poiché, l’attenzione all’oggetto, la precisione dell’orafo, del poeta o del costruttore di barche esperto dei moti delle onde, delle correnti e del vento, non è l’elemento centrale di un mestiere ed anche una Tac ha bisogno di un individuo — di un medico — capace, con la sua competenza, la sua esperienza e la sua intuizione, non solo di leggerla, ma anche di collegare ciò che essa dice ad altri aspetti del paziente che essa non dice ma che possono rintracciarsio in un sano recupero di un passato attento al’uomo ed ai suoi problemi ogni oltre dire.

Lo storico Rolando Dodarini ci ricorda che l disorientamento è la prima conseguenza di chi perde la memoria.L’incapacità di fare scelte consapevoli, di formulare progetti che si basino sull’esperienza, di prevedere almeno in parte le conseguenze dei propri gesti rende ogni smemorato preda dello smarrimento e dipendente dalla volontà altrui. Analogamente alla condizione di chi si trovasse avvolto da un’improvvisa fittissima nebbia senza conoscere la strada e il cammino fatti in precedenza, la mancanza di conoscenza degli eventi trascorsi obbliga all’immobilità o a passi azzardati.

Rieditando, con cura filologica, gli antichi testi scientifici e non solo medici della Biblioteca della Spezieria di Camaldoli, intendiamo dissipare quella nebbia, per recuperare orientamento e prospettiva.

In questo modo crediamo di superare il rischio che il richiamo al passato si traduca essenzialmente nella riduzione degli eventi in sunti percettivi in cui necessariamente rimane in rilievo solo una minima parte dell’accaduto, quella che, secondo vagli interpretativi del tutto soggettivi, appare più significativa.

Insomma, rispettandone il testo senza farne commenti o sunti, finalizziamo la lettura ad un apprendimento che sia migliore comprensione del presente, che conferisca  nuovo significato e valore a espressioni quali “radici, identità” o “memoria collettiva “che, per quanto dotate di un certo fascino, sono entrate da tempo nel novero dei modi di dire e rischiano pertanto di essere percepite come formulazioni astratte e retoriche.

Perché la medicina ha bisogno di etica e di estetica, cioè di memoria e di storia per formare la sua particolare epistemica, perché, mentre più di un secolo fa nasceva e si sviluppava l’attuale medicina scientifica, in un contesto culturale dominato dalla razionalità positiva con, sullo sfondo, una rivoluzione industriale, l’ascesa della borghesia in una società radicalmente ripensata, un uomo malato quale corpo da curare clinicamente; oggi, quella razionalità tende a essere rimeditata in tanti aspetti, spingendo avanti un pensiero più aperto alla complessità del mondo, una scienza più disponibile a dialogare con generi diversi di conoscenze, dentro una società che alcuni chiamano postmoderna, altri postindustriale, altri ancora liquida, sempre più complessa, variegata, interconnessa come un gigantesco network, che se deprivata delle sue radici antiche, rischia di invisciarci, medici e pazienti, in un universo paludoso.

Siamo infatti persuasi che oggi l’uomo malato non sia più un mero oggetto clinico, ma un soggetto che rivendica il diritto e la possibilità di accedere a tutte le proposte scientifiche disponibili per scopi di salute e benessere, non solo quindi per guarire dalle malattie e poiché la medicina continua ad essere sempre più estesa a questioni completamente diverse dalle canoniche definizioni patologiche,  per precisare con cura gli  ‘oggetti’ della salute, negli ambiti degli stili di vita, dell’attività fisica, della bellezza, dell’efficienza e così via, non si possa fare a meno di un passato troppo spesso trascurato o dimenticato.